Multimedia reporter

“Aaron Swartz? Un ingenuo come quelli che hanno creato l’America”

LINKIESTA, published January 14, 2013

«Avrebbe potuto inventare il nuovo YouTube e venderlo a Google per un miliardo di dollari. Aveva le competenze per farlo. Ma l’unica cosa che lo interessava era combattere per la libertà di internet. Questa concezione del bene, in una persona così giovane, mi commuove profondamente».

La citazione è tratta dal blog di Jay Rosen, professore di giornalismo alla New York University esperto di internet e new media, ed è solo una piccola tessera del mosaico di tweet, post e articoli generati dalla comunità tecnologica della Rete dopo la morte del programmatore e attivista Aaron Swartz.

Ma non solo in Rete la notizia ha suscitato un caleidoscopio di incredulità, rabbia per le cause che possono avere indotto Swartz a suicidarsi venerdì scorso e gratitudine per come ha speso i suoi 26 anni di vita. Nei bar punteggiati di Mc e iPhone della sua Brooklyn nel weekend non si è parlato d’altro: «Era un ingenuo», dice la graphic designer Sarah Pierce, 22 anni. «Ma a creare questo Paese e la sua storia sono stati proprio gli ingenui, i matti, quelli che non si accontentano di nulla e sognano tutto, e Aaron era uno di loro». Robert Reed, aspirante regista cinematografico non è dello stesso avviso: «Per me ha esagerato», dice. «In effetti ha rubato degli articoli, è la stessa cosa di uno che esce dal supermercato senza passare alla cassa. Il fatto che poi condivida il cibo con il resto del mondo non lo solleva dalla responsabilità di non averlo pagato. Voglio dire, avere tutto gratis è bello, ma non è una roba sostenibile». E Jenny McCurrie, 19 anni, commessa part-time con la passione per la pittura riassume così il suo stato d’animo: «Per quanto alla fine ci abbia rimesso la vita, almeno ha tentato di combattere per qualcosa in cui credeva. È un esempio per chi vuole cambiare qualcosa».

La conversazione è rimbalzata dalle strade di Brooklyn a quelle virtuali della Rete dove si sono espressi ex colleghi, luminari del web, amici e ammiratori. Tim Bernes-Lee, inventore del web, ha twittato: «Aaron morto. Vagabondi del mondo, abbiamo perso uno dei nostri saggi. Hacker civici, siamo uno in meno. Genitori tutti, ci ha abbandonato un figlio. Lasciateci piangere». Il blogger e amico Cory Doctorow ha detto che «Swartz avrebbe potuto rivoluzionare la politica americana e del mondo, e la sua eredità potrebbe riuscirci lo stesso». Aaron, ha invece scritto Peter Eckersley, del gruppo di attivisti con base in California ‘Electronic Frontier Foundation’, «ha fatto forse più di qualsiasi altro per rendere internet un ecosistema vivace e per mantenerlo tale». E David Moon, dell’organizzazione contro la censura in Rete ‘Demand Progress’, ha aggiunto: «Aaron ha ridefinito l’attivismo per il movimento progressista dell’informazione aperta».

Nei commenti e nei messaggi il tono della gratitudine lascia a volte spazio al livore contro chi ha ostinatamente seguito la rotta del procedimento giudiziario. «Abbiamo bisogno di una giustizia migliore», ha scritto Lawrence Lessig, professore di giurisprudenza all’università di Harvard e direttore dell’Edmond J. Safra Center for Ethics. «La domanda che questo governo si deve porre è perché Aaron Swartz sia stato etichettato come ‘criminale’».

Uno dei commenti che fa più discutere in questo senso è quello postato dal gruppo di hacktivist che va sotto il nome di Anonymous su un sito collegato al Massachusetts Institute of Technology (Mit). Gli hacktivist hanno scritto che perseguire Swartz – arrestato nel 2011 con l’accusa di aver scaricato milioni di articoli accademici da Jstor, una biblioteca digitale a sottoscrizione con più di 1.500 riviste di ricerca universitaria, libri e altre fonti – sia stato un errore grottesco.

«Aaron si è trovato invischiato in una situazione che mette in luce la mancanza di giustizia in fatto di leggi sul crimine informatico e delle pene a esso associate», si legge nel messaggio di cui hanno dato conto tra i primi i siti TechCrunch e Mashable. «Ciò di cui si è reso protagonista Aaron era senza dubbio attivismo politico, e ha avuto tragiche conseguenze».

Il messaggio di Anonymous formula anche vari auspici, tra cui una riforma delle norme sulla criminalità informatica, sul diritto d’autore e sulla proprietà intellettuale. I principi su cui la riforma si dovrebbe reggere, per Anonymous, dovrebbero essere ispirati al bene comune e non degli interessi privati di pochi: «Chiediamo che questa tragedia porti a una maggiore consapevolezza dell’oppressione e dell’ingiustizia esercitata quotidianamente da alcune autorevoli personalità e istituzioni per soffocare chiunque tenti di far sentire la sua voce ed essere rispettato per le sue idee, e speriamo questo porti anche a una maggiore solidarietà e aiuto reciproco per rispondere a tali azioni. Vogliamo che questa tragedia costituisca la piattaforma di un rinnovato e forte impegno per ottenere una Rete aperta e libera, senza censura, a cui tutti possono accedere».

Le dure parole di Anonymous riecheggiano quelle della famiglia di Swartz espresse in una nota: «La morte di Aaron non è un dramma personale. È la conseguenza di un sistema giudiziario che si è macchiato di intimidazioni e dell’esibizionismo di chi promuove l’azione penale. Le decisioni prese dagli avvocati dell’accusa e dal Mit hanno contribuito alla sua morte». La prestigiosa università, dopo aver espresso cordoglio per la morte di Swartz, ha annunciato un’inchiesta per accertare il suo ruolo nel caso.

Swartz si era dichiarato non colpevole per accuse di frode informatica e altri crimini in un processo in cui, se condannato, la sentenza massima era 35 anni di reclusione e una multa di un milione di dollari. Il pubblico ministero Carmen Ortiz, che mosse l’accusa contro Swartz, a suo tempo dichiarò: «Rubare vuol dire rubare. Che si usino i comandi di un computer o un palanchino, che si sottraggano documenti, dati o dollari non fa differenza».