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“Obamanomics”, la cura americana funziona

LINKIESTA, published March 16, 2013

L’economia americana gira: il tasso di disoccupazione è sceso al 7.7%, il valore più basso dal dicembre 2008. Eppure gli americani non sono soddisfatti: il gradimento del presidente Barack Obama, stando a un recente sondaggio di Washington Post-ABC News poll, è scivolato sotto la soglia del 50 per cento.

Se all’indomani delle elezioni, nel dicembre 2012, si chiedeva agli americani chi era più adatto a risollevare l’economia tra il presidente e i repubblicani del Congresso, Obama staccava i suoi avversari nettamente, di 18 punti. Al momento, invece, mantiene solo un vantaggio risicato. Tra i presidenti che hanno ottenuto un secondo mandato dopo Harry Truman (in carica dal 1945 al 1953), solo George W. Bush aveva fatto segnare una simile crisi di popolarità.

Le lune di miele degli elettori con i governi, si sa, durano poco. Ma in questo caso la disillusione per la ricetta economica di Obama sembra almeno all’apparenza ingiustificata, perché sul terreno dell’economia la sua cura sta funzionando.

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Con Kerry l’agenda Usa è la pace in Medio Oriente

LINKIESTA, published March 2, 2013

È a caccia di un grosso successo diplomatico, forse in Medio Oriente. Ma si muove con grande cautela, perché al momento, per John Kerry, neo Segretario di Stato americano, il palcoscenico internazionale presenta più insidie che opportunità. Si pensi alle relazioni con la Cina a quelle con la Russia, al nucleare iraniano, al processo di pace fra israeliani e palestinesi in fase di stallo.

Non c’è una discontinuità con il suo predecessore, la fuoriclasse Hillary Clinton, che Kerry ha sempre appoggiato lealmente come presidente del Comitato degli Affari Esteri in senato, anche su dossier controversi come quello degli attacchi di Bengasi, ma il primo mese di Kerry da Segretario di Stato lascia trasparire l’intenzione di giocare un ruolo di maggiore peso nell’Amministrazione Obama rispetto a Hillary.

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Obama agli Usa: “Limiteremo il possesso di armi”

LINKIESTA, published February 13, 2013 

Con il discorso sullo Stato dell’Unione di ieri notte, Barack Obama ha smesso i panni del presidente moderato e bipartisan per vestire quelli del democratico che torna alle origini e va per la sua strada, deciso nei primi mesi del suo secondo mandato a realizzare alcune di quelle riforme progressiste che la base del suo elettorato attende da quattro anni. A partire dalla volontà di alzare il salario minimo.

Rinfrancato da un’economia in ripresa, Obama ha delineato una strategia di riduzione del debito che non solo taglia la spesa pubblica ma al contempo aumenta le entrate tassando i più ricchi. Questo per consentire gli investimenti del governo a favore della classe media, per esempio nel campo dell’istruzione: scuola materna di qualità per tutti i bambini americani e istituti superiori più competitivi, tecnologici e collegati al mondo del lavoro. Ma pure investimenti in campo energetico, sul terreno delle infrastrutture e per cogliere l’opportunità di una nuova rivoluzione manifatturiera.

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“Aaron Swartz? Un ingenuo come quelli che hanno creato l’America”

LINKIESTA, published January 14, 2013

«Avrebbe potuto inventare il nuovo YouTube e venderlo a Google per un miliardo di dollari. Aveva le competenze per farlo. Ma l’unica cosa che lo interessava era combattere per la libertà di internet. Questa concezione del bene, in una persona così giovane, mi commuove profondamente».

La citazione è tratta dal blog di Jay Rosen, professore di giornalismo alla New York University esperto di internet e new media, ed è solo una piccola tessera del mosaico di tweet, post e articoli generati dalla comunità tecnologica della Rete dopo la morte del programmatore e attivista Aaron Swartz.

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Addio Cina, le aziende Usa tornano a produrre in patria

LINKIESTA, published December 8, 2012

«Il prossimo anno trasferiremo parte della produzione di computer Mac negli Stati Uniti. Da tempo lavoriamo al progetto, adesso ci siamo quasi. Il cambiamento si materializzerà nel 2013. Ne siamo già molto orgogliosi. Lo avremmo potuto fare più velocemente prevedendo solo l’assemblaggio di una linea di Mac negli Stati Uniti, ma abbiamo lanciato un’operazione di più ampio respiro, più radicale. Investiremo 100 milioni di dollari».

A parlare, in un’intervista pubblicata sull’ultimo numero di Bloomberg Businessweek, è Tim Cook, l’erede di Steve Jobs alla guida della Apple, un’azienda che impiega 598.500 persone negli Stati Uniti (di cui 307.250 in modo diretto e altri 291.250 nell’industria delle applicazioni). E in Cina ha il doppio di impiegati, oltre un milione e 200mila lavoratori.

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Più mani e meno mouse

IL Magazine, published November 16, 2012

Per 18 anni Mark Dwight ha lavorato nella Silicon Valley, in diverse aziende ad alta tecnologia tra cui Cisco Systems. Poi si è trasferito a San Francisco, scegliendo di dedicarsi a un business più affine ai suoi interessi: produrre borse da bicicletta personalizzate. Comprato un capannone nel quartiere industriale Dogpatch, Dwight ha fondato la Rickshaw Bagworks. Oggi chi lo va a trovare nel suo laboratorio spesso lo trova alla macchina da cucire.

«Il carattere artigiano di questa città mi ha sedotto, volevo esserne parte e rinforzarlo», racconta a IL. «Amo toccare le borse che creo, sentire sotto i polpastrelli i materiali. La tela ricavata da bottiglie di plastica, il tweed, il velluto a fiorami».

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Le corna di Petraeus? Per coprire cosa accadde a Bengasi

LINKIESTA, published November 15, 2012

Sotto le lenzuola del nuovo Sex-gate americano c’è una bomba a orologeria per il presidente Barack Obama: il pasticcio dello scorso 11 settembre a Bengasi, in cui persero la vita l’ambasciatore J. Christopher Stevens e altri tre americani.

L’ex direttore della Cia, il generale David Petraeus, recentemente travolto dallo scandalo della love story con la sua biografa, oggi ha dichiarato al Congresso che la Cia sapeva fin dall’inizio che gli attacchi di Bengasi erano di natura terroristica. Eppure in un primo tempo, il 16 settembre 2012, Susan Rice, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, disse che l’attacco al consolato Usa era scaturito da una manifestazione di protesta spontanea in risposta a un video anti-Islam comparso su YouTube. Solo giorni dopo era stato comunicato dall’amministrazione che a portare l’attacco è stato un gruppo di miliziani organizzati, e si è trattato di atto terroristico premeditato, in una ricorrenza, l’11 settembre, in cui le ambasciate statunitensi in tutto il mondo dovrebbero osservare un livello di sicurezza ancor più alto del solito.

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Don’t worry, be hippy

IL Magazine, published November 10, 2013

Quando nell’estate del 1967 la scrittrice Joan Didion bazzicava il quartiere Haight-Ashbury, a San Francisco, gli hippie erano dropout, adolescenti e ventenni tormentati, scappati di casa e dal college. Contestavano le norme sociali creando un loro universo parallelo, fatto di amore libero, rock psichedelico, erba e peyotes.

I neohippie, alcuni dei quali si possono incontrare nelle piazze delle protesteanti-status quo, da Zuccotti Park a New York a Boise in Idaho, contestano ancora il materialismo, il consumismo e il denaro come unico metro di valutazione del successo, ma non si accontentano di rifugiarsi nel loro mondo. Cercano di ricostruire la società americana a partire dalle fondamenta. Vogliono ridurre il divario trai pochi sempre più ricchi e una classe media sempre più povera (quello che chiamano il 99% della popolazione). Sollecitano una maggiore attenzione nei confrontidell’ambiente. Sognano un’America piu’ solidale.

“Come i loro predecessori degli anni ’60, i giovani hippie di oggi ascoltanoancora Janis Joplin, Jefferson Airplane e i Grateful Dead, ma frequentano alcuni tra i college più prestigiosi d’America, studiano economia, scienze ambientali, architettura eco-sostenibile. E una volta laureati fondano ONG, si mobilitano, si impegnano a cambiare le cose,” spiega a IL, Oana Dan, ricercatrice di Sociologia all’Università di Harvard e autrice del recente studio The Late-Modern Hippie, a study of cultural choice.

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Dot.com alla newyorkese

IL SOLE-24ORE, pubblicato il 19 maggio 2010

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Dennis Crowley, amministratore delegato del social network più corteggiato del momento, ricorda perfettamente quando ha avuto l’idea da 125 milioni di dollari. Dopo il jogging lungo il fiume Hudson con un dispositivo che registra tragitto e velocità della corsa, ha scaricato i dati sul computer e confrontato la performance con quella dei suoi amici. «In quel momento ho pensato che se c’è competizione anche il jogging diventa più divertente» spiega Crowley. «E ho cercato di trasformare la realtà in un grande videogioco alla Super Mario Bros».
Quattordici mesi dopo, il suo Foursquare, un sito internet e applicazione iPhone a metà tra gioco a premi virtuale, guida cittadina e navigatore per trovare amici, è stato valutato da Yahoo! ben 125 milioni di dollari.
Operativa in oltre cento città al mondo, Foursquare è la stella della Silicon Alley, la galassia delle start-up newyorkesi. I capitali, copiosi nella Silicon Valley e a Boston, sede del Massachusetts Institute of Technology, negli ultimi mesi stanno arrivando sempre più a New York, attratti da giovani businessman di talento che non possono più aspirare a lavori super pagati in banche come Morgan Stanley; manager di Wall Street licenziati a caccia di nuove sfide; e grazie a una città dal carattere innovativo, capace di offrire una serie di agevolazioni alle start-up: uffici a prezzi contenuti, aiuti per acquistare computer e un fondo da nove milioni di dollari.
Il venture capital per le start-up di New York è schizzato a 566 milioni di dollari nel primo trimestre 2010, un incremento del 18,9% rispetto al quarto trimestre del 2009, e 75 imprese hanno ricevuto capitale nel primo trimestre di quest’anno, un 11,9% in più dell’ultimo trimestre 2009, secondo gli ultimi dati di PricewaterhouseCoopers e della National Venture Capital Association. «Benché la Silicon Alley di New York non stia soppiantando la Silicon Valley» spiega AnnaLee Saxenian, ordinaria di imprenditoria tecnologica ed economia regionale all’Università di Barkeley in California, «certamente New York in questo periodo sta brillando, e ha grandi potenzialità».
Crowley, newyorkese, 33 anni e modi da guascone, è il volto della nuova, scintillante Silicon Alley. Ex istruttore di snowboard appassionato di hip hop, dopo il master in Interactive telecommunications alla New York University, ha fondato nel 2004 il servizio Dodgeball, per segnalare agli amici dove ci si trova in città in un dato momento inviando un Sms. Un anno più tardi, Crowley ha venduto Dodgeball a Google, che però ha lasciato sfumare il progetto ritenendolo in fin dei conti troppo macchinoso per poter decollare. Crowley, però, nel marzo 2009 insieme al compagno di master Naveen Selvadurai ha riproposto la formula di Dodgeball in salsa iPhone, incorporando un nuovo ingrediente rivelatosi il tocco vincente: il meccanismo del gioco a premi. Gli iscritti a Foursquare contendono medaglie virtuali ad amici e sconosciuti. C’è un trofeo per chi va in palestra dieci volte alla settimana, un altro per chi mangia fuori in almeno 30 pizzerie diverse in un mese, un altro ancora per chi riesce a trascinare in discoteca 50 persone. E poi c’è’ il bottino più ambito: il più assiduo frequentatore di un locale viene incoronato sindaco virtuale.

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A caccia di uno stage. Anche gratis

Il SOLE-24ORE, pubblicato il 21 aprile 2010

Un documentarista freelance di Brooklyn è tornato dall’India a febbraio con venti ore di interviste filmate. Disperato, ha confidato a un amico che servono mesi per trascriverle. “E che problema c’e’?” gli ha detto lui. “Assumi degli stagisti che lavorano una decina di ore alla settimana”.

Il trentanovenne signor Jonathan Krabbe all’ora di pranzo ha messo un annuncio sul popolare sito di inserzioni Craigslist.com ed e’ uscito a fare quattro passi.

“Incredibile,” racconta Krabbe, “quando sono tornato ero sommerso dalle e-mail”.

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