Don’t worry, be hippy
Quando nell’estate del 1967 la scrittrice Joan Didion bazzicava il quartiere Haight-Ashbury, a San Francisco, gli hippie erano dropout, adolescenti e ventenni tormentati, scappati di casa e dal college. Contestavano le norme sociali creando un loro universo parallelo, fatto di amore libero, rock psichedelico, erba e peyotes.
I neohippie, alcuni dei quali si possono incontrare nelle piazze delle protesteanti-status quo, da Zuccotti Park a New York a Boise in Idaho, contestano ancora il materialismo, il consumismo e il denaro come unico metro di valutazione del successo, ma non si accontentano di rifugiarsi nel loro mondo. Cercano di ricostruire la società americana a partire dalle fondamenta. Vogliono ridurre il divario trai pochi sempre più ricchi e una classe media sempre più povera (quello che chiamano il 99% della popolazione). Sollecitano una maggiore attenzione nei confrontidell’ambiente. Sognano un’America piu’ solidale.
“Come i loro predecessori degli anni ’60, i giovani hippie di oggi ascoltanoancora Janis Joplin, Jefferson Airplane e i Grateful Dead, ma frequentano alcuni tra i college più prestigiosi d’America, studiano economia, scienze ambientali, architettura eco-sostenibile. E una volta laureati fondano ONG, si mobilitano, si impegnano a cambiare le cose,” spiega a IL, Oana Dan, ricercatrice di Sociologia all’Università di Harvard e autrice del recente studio The Late-Modern Hippie, a study of cultural choice.
Spesso cresciuti in comunita’ non convenzionali sparpagliate per gli Stati Uniti, da Arcata in California a DeltaJunction in Alaska, i neohippie sono una delle anime di Occupied Wall Street, la protestacontro quella che i manifestanti chiamano l’ingordigia di Wall Street e la montantediseguaglianza sociale.
Capelli biondi setosi, bandana e jeans zampa di elefante, Jessica Clifford,23 anni, originaria dell’Ohio e laureata all Brown University, e’ a ZuccottiPark da inizio ottobre: “Negli ultimi trent’anni,” racconta aIL, “si e’ lasciato che l’1% della popolazione arraffasse alle spese di tuttigli altri. E’ ora di raddrizzare la rotta.”
Visto da questa tendopoli multicolore a due passi da Wall Street, il nuovomovimento appare come un arcipelago di gruppi e persone dal retroterraculturale diversissimo, dai no-global di Seattle ai veterani dell’Iraq passandoper anarchici pacifisti, ma tutti sono accomunati da un ventaglio di frustrazioni,prima fra tutte la scarsita’ di posti di lavoro. Ben il 45% degli americani trai 16 e i 29 anni oggi non ha un impiego, contro il 33% del 2000, secondo recentissimidati del Census Bureau, l’Istat americano.
Sintomatica della situazione di emergenza e’ la presenza tra lecomponenti di Occupied Wall Street di una sottocultura poco nota in passato perla contestazione: gli hipster. Ragazzi tra i 20 e i 30anni concentrati in citta’ come New York, San Francisco e Portland in Oregon, gli hipster provengono di solitodalla borghesia di provincia. Generalmente hanno una laurea in materielegate all’arte, alla musica, alla moda; rifiutano i canoni estetici dominantinegli Stati Uniti e non rivendicano alcuna appartenenza politica.
“Storicamente la differenza tra hippie e hipster,” spiega laricercatrice Dan, “e’ che i primi tentano di andare contro il loro tempo,contestando la cultura dominante; i secondi non combattono la societa’, sipreoccupano solo di anticiparne le tendenze. Ma adesso la situazione e’ precariaper tutti, cosi’, persino loro, sentono il bisogno di alzare la voce”.
Con la crisi economica cominciata nell’estatedel 2008, questi giovani hipster, artisti o presunti tali, hanno pagato daziopiu’ di altri al mercato asfittico, divenendo, nei centri urbani, l’emblema del telelavoro precario e spessosottopagato. Scovarli nei loro pseudo-uffici e’ facilissimo. Basta andare neibar piu’ alla moda di rioni underground di Brooklyn come Bushwick eWilliamsburg.
Qualche giorno fa, nel caffe’-pasticceria specializzatoin sfornati di rabarbaro The Blue Stove a Williamsburg, una ventina di hipster congli occhialoni retro’ e la classica camicia di flanella a scacchi rossi e nerierano seduti al bancone pigiati come sardine, gli occhi fissi sullo schermo delloro MacBookPro. C’era la documentarista-baby sitter-personal trainer, c’erala pittrice-correttrice di bozze-blogger, c’era il giornalistafreelance-insegnante di arabo. Strozzati dai pagamenti deiprestiti universitari, molti sopravvivono con questi slash jobs, i cosiddetti “impieghitrattino”.
“L’altra settimana sono andata a un colloquioper un lavoro di design con appena 34 dollari sul conto corrente,” ci raccontala ventiduenne Martha Zimmer. “Non si puo’ vivere continuamente con l’ansia dinon riuscire a mettere insieme l’affitto mentre ci sono questi banchieri che sifregano i soldi”.
L’ansia di Zimmer riflette quella dei giovani di ZuccottiPark, delle altre centinaia di piazze americane e dei molti che non scendono instrada ma sostengono il movimento, anche finanziariamente. Per quasi due terzi (64.2%) si tratta di persone sottoi 34 anni. Piu’ di nove su dieci (92.1%) sono universitari o neolaureati. Lastragrande maggioranza dei visitatori del sito e’ costituita da bianchi(81.3%), due terzi (67%) sono maschi. Solo meta’ (50.4%) lavora a full-time, unquinto (20.4%) a tempo parziale. E, illustra lo studio del Sociologo della City University di New York Héctor Cordero-Guzmán, gli altri (13.1%) sono disoccupati.
Gli attivisti, pero’, si schermiscono rispetto a qualsiasi tentativodi mappare il movimento e i suoi fan: “Se Occupied Wall Street fosse una stoffasarebbe color arcobaleno,” spiega da Boston Ed Needham, uno dei portavoce di OWS.“Abbiamo dalla nostra pensionati, sindacati, veterani, neohippie, hipster, perfinosuper ricchi che vengono in piazza a dire ‘tassatemi di piu’, il sistemaattuale e’ vergognoso’”.
Come eterogenei sono i gruppi che lo formano, molteplicisono pure gli slogan. Alcuni dicono di volersi disfare della Fed, la bancacentrale, altri puntano il dito contro la corruzione dei banchieri, altriancora vorrebbero partiti meno litigiosi e miopi, piu’ fondi a scuola esanita’, no a qualsiasi guerra.
“Per ottenere un impatto, le proteste devonoavere un obiettivo chiaro,” ci spiega Andy Smith, esperto in attivismo di massae coautore del libro ‘The Dragonfly Effect: Quick, Effective, and Powerful Waysto Use Social Media to Drive Social Change’. “Nel caso della rivolta in Egitto,per esempio, il movimento e’ stato efficacie perche’ il target era ovvio atutti, si trattava del presidente Hosni Mubarak.
Sia Needham sia osservatori indipendenti come Edward Walker,Sociologo alla University of California Los Angeles specializzato in movimentidi protesta, pero’, concordano su un primo obiettivo centrato da Occupied WallStreet: riportare l’attenzione pubblica sui problemi veri del Paese. “Granparte del ruolo dei movimenti sociali e’ semplicemente cambiare l’agenda politicadi una nazione,” spiega Walker a IL. “Finoad agosto i media parlavano sempre di debito pubblico. Adesso le telecamere tornanoad accendersi sulla disoccupazione e l’ineguaglianza sociale. Non e’ poco”.
Nel saggio ‘How the Hippies SavedPhysics: Science, Counterculture, and the Quantum Revival’ David Kaiser, storico della scienza al Massachusetts Institute of Technology, teorizzache un manipolo di hippie illuminati degli anni ‘60 hanno aiutato la ricercanel campo della Fisica a non sbagliare strada. Al tempo, nei laboratori, la meccanica quantistica venivaapplicata acriticamente. Loro hanno sottolineato l’importanza delleimplicazioni filosofiche della teoria. Ora, dice Kaiser, questi neohippiepotrebbero sollecitare la politica a tornare sui binari giusti. “A volte,”spiega Kaiser a IL, “per cambiare qualcosa c’e’ bisogno di qualcuno che ponga domandeeccentriche o complesse. Prima o poi ci sara’ chi tentera’ di fornire risposte”.
Dot.com alla newyorkese
IL SOLE-24ORE, pubblicato il 19 maggio 2010
Dennis Crowley, amministratore delegato del social network più corteggiato del momento, ricorda perfettamente quando ha avuto l’idea da 125 milioni di dollari. Dopo il jogging lungo il fiume Hudson con un dispositivo che registra tragitto e velocità della corsa, ha scaricato i dati sul computer e confrontato la performance con quella dei suoi amici. «In quel momento ho pensato che se c’è competizione anche il jogging diventa più divertente» spiega Crowley. «E ho cercato di trasformare la realtà in un grande videogioco alla Super Mario Bros».
Quattordici mesi dopo, il suo Foursquare, un sito internet e applicazione iPhone a metà tra gioco a premi virtuale, guida cittadina e navigatore per trovare amici, è stato valutato da Yahoo! ben 125 milioni di dollari.
Operativa in oltre cento città al mondo, Foursquare è la stella della Silicon Alley, la galassia delle start-up newyorkesi. I capitali, copiosi nella Silicon Valley e a Boston, sede del Massachusetts Institute of Technology, negli ultimi mesi stanno arrivando sempre più a New York, attratti da giovani businessman di talento che non possono più aspirare a lavori super pagati in banche come Morgan Stanley; manager di Wall Street licenziati a caccia di nuove sfide; e grazie a una città dal carattere innovativo, capace di offrire una serie di agevolazioni alle start-up: uffici a prezzi contenuti, aiuti per acquistare computer e un fondo da nove milioni di dollari.
Il venture capital per le start-up di New York è schizzato a 566 milioni di dollari nel primo trimestre 2010, un incremento del 18,9% rispetto al quarto trimestre del 2009, e 75 imprese hanno ricevuto capitale nel primo trimestre di quest’anno, un 11,9% in più dell’ultimo trimestre 2009, secondo gli ultimi dati di PricewaterhouseCoopers e della National Venture Capital Association. «Benché la Silicon Alley di New York non stia soppiantando la Silicon Valley» spiega AnnaLee Saxenian, ordinaria di imprenditoria tecnologica ed economia regionale all’Università di Barkeley in California, «certamente New York in questo periodo sta brillando, e ha grandi potenzialità».
Crowley, newyorkese, 33 anni e modi da guascone, è il volto della nuova, scintillante Silicon Alley. Ex istruttore di snowboard appassionato di hip hop, dopo il master in Interactive telecommunications alla New York University, ha fondato nel 2004 il servizio Dodgeball, per segnalare agli amici dove ci si trova in città in un dato momento inviando un Sms. Un anno più tardi, Crowley ha venduto Dodgeball a Google, che però ha lasciato sfumare il progetto ritenendolo in fin dei conti troppo macchinoso per poter decollare. Crowley, però, nel marzo 2009 insieme al compagno di master Naveen Selvadurai ha riproposto la formula di Dodgeball in salsa iPhone, incorporando un nuovo ingrediente rivelatosi il tocco vincente: il meccanismo del gioco a premi. Gli iscritti a Foursquare contendono medaglie virtuali ad amici e sconosciuti. C’è un trofeo per chi va in palestra dieci volte alla settimana, un altro per chi mangia fuori in almeno 30 pizzerie diverse in un mese, un altro ancora per chi riesce a trascinare in discoteca 50 persone. E poi c’è’ il bottino più ambito: il più assiduo frequentatore di un locale viene incoronato sindaco virtuale.
«Questo gioco crea assuefazione» sospira Mike Caprio, un consulente informatico di Brooklyn che tra le varie medaglie può vantare pure quella di sindaco della rinomata pasticceria The Blue Stove nel quartiere Williamsburg. «A volte entro a comprare una fetta di torta di rabarbaro solo per raccogliere punti e difendere la leadership».
Musica per le orecchie degli investitori, pezzi grossi come Albert Wenger, partner di Union Square Ventures, Ron Conway, sostenitore della prima ora di Google, Kevin Rose, fondatore del sito di social news Digg, e Jack Dorsey, cofondatore di Twitter. Tutti stravedono per queste medaglie perché non solo influenzano, ma cambiano il comportamento dei consumatori.
«Gli iscritti adorano vantarsi di essere stati in un locale più di ogni altro» racconta il ventottenne cofondatore di Foursquare, Selvadurai. «È il gusto di poter dire che lì sei di casa, sei qualcuno, mentre altri sono semplici clienti». Gli investitori ora attendono da Crowley e Selvadurai buone notizie sul fronte del modello di business. E pare ci siano. Crowley si sta orientando a far pagare i commercianti per collocare pubblicità con offerte promozionali per gli iscritti a Foursquare.
«È troppo presto per sapere se il sistema funzionerà» dice Crowley, che tra l’altro potrebbe presto dover affrontare la concorrenza di un prodotto simile al suo targato Twitter. «Credo però che i modi per fare profitto cambieranno prima che riusciamo a metterli a punto». Intanto, però, alcuni business stanno aderendo con passione a Foursquare. Una compagnia di taxi di New York ha offerto corse gratuite al sindaco virtuale dell’aeroporto John F. Kennedy di New York. Perfino un cimitero del Maine ha voluto essere della partita: mette in palio una visita guidata del Camposanto ai foursquaristi che dimostrino di esserci stati almeno cento volte.
Silicon Alley
Coniato alla fine degli anni ‘90, il termine (letteralmente Vicolo del silicio) indicava un gruppo di aziende informatiche con sede vicino a Union Square, TriBeCa e SoHo, in un corridoio che costeggia da nord a sud la Broadway, nella sezione meridionale dell’isola di Manhattan. Ma con il tempo gli uffici di queste imprese si sono sparpagliati in diverse zone, e il termine ha cominciato a connotare le aziende dot.com di New York in generale.
Boom di iniziative
Dal 2003 la Silicon Alley annovera sempre più start-up e contende a Boston e San Francisco la palma di centro tecnologico principe degli Stati Uniti. Dal 2007 la seconda sede per dimensioni di Google è a New York, e oggi conta 700 impiegati. Yahoo! non si è fatta attendere e ha aperto un ufficio con vista su Bryant Park. Dal 2009, poi, la Silicon Alley è diventata leader nel campo della pubblicità e dei new media. Senza contare la sfilza di start-up Web 2.0 che hanno messo su bottega.
A caccia di uno stage. Anche gratis
Il SOLE-24ORE, pubblicato il 21 aprile 2010
Un documentarista freelance di Brooklyn è tornato dall’India a febbraio con venti ore di interviste filmate. Disperato, ha confidato a un amico che servono mesi per trascriverle. “E che problema c’e’?” gli ha detto lui. “Assumi degli stagisti che lavorano una decina di ore alla settimana”.
Il trentanovenne signor Jonathan Krabbe all’ora di pranzo ha messo un annuncio sul popolare sito di inserzioni Craigslist.com ed e’ uscito a fare quattro passi.
“Incredibile,” racconta Krabbe, “quando sono tornato ero sommerso dalle e-mail”.
Venti messaggi nelle prime 24 ore, e dopo due giorni erano saliti a 52. Così, il signor Krabbe, dopo una serie di colloqui, ha assoldato non un paio, ma una task-force di stagisti, chiedendo un impegno non retribuito e per corrispondenza di circa dieci ore a settimana.
Adesso una casalinga quarantenne di Seattle è al lavoro per trovare sponsor. Un dottorando in neurologia di fede mormona sta cercando evoluzionisti e filosofi da intervistare. Una studentessa del college artistico Pratt a Brooklyn è a caccia di qualcuno che prepari un’animazione per il trailer. Una trentenne con esperienza in documentari a carattere naturalistico sta masterizzando DVD da distribuire ad altri tirocinanti incaricati delle chilometriche trascrizioni. E c’e’ pure il capo-stagista, il cui compito è coordinare tutti gli altri.
“Questi stagisti sono fantastici,” spiega Krabbe. “Stanno contribuendo al progetto con entusiasmo benché possa promettere loro solo esperienza e un eventuale compenso in caso si venda il documentario”.
Il numero degli stagisti non pagati in America è cresciuto in modo sensibile negli ultimi mesi, secondo il più grande database di tirocini, Internships.com, che segnala un aumento del 28% nel 2009 rispetto al 2008. La stessa tendenza si delinea considerando i dati degli uffici stage di università di primo piano come Stanford, dove quest’anno sono arrivate ben 634 offerte di tirocini da aziende della Silicon Valley, più del triplo di due anni fa. E il fenomeno è fotografato anche in un ampio studio uscito il 5 aprile scorso a cura dell’Economic Policy Institute, un Think tank liberale con sede a Washington.
Le aziende hanno bisogno di manodopera gratuita, specie in un momento in cui hanno dovuto licenziare o comunque non si possono permettere di assumere. Inoltre un numero crescente di neo liberi professionisti o titolari di start-up, che hanno perso il lavoro per la crisi economica, ricorrono agli stagisti senza compenso per massimizzare la produzione senza incidere sui costi, secondo Mason Gates, fondatore di Internships.com, bacheca online in cui sono pubblicate 17mila offerte di stage da parte di 7mila imprese in 70 diversi ambiti.
Ma per rendersi conto del proliferare di questi stage spesso sospetti in start-up talvolta oscure, basta concedersi una passeggiata virtuale su Craigslist.com, edizione New York. Qui, ogni giorno vengono pubblicate dalle quaranta alle settanta offerte di stage. Di cui solo una su dieci segnala tirocini a pagamento, e anche tra questi la chiara indicazione del compenso è frequente come un’eclissi solare.
Le opportunità di lavoro gratis per “stagisti super star”, come vengono battezzati in alcuni annunci, sono variegate: sviluppare una strategia di marketing per una start-up di cioccolato biologico InTheRawChocholate; aumentare il volume di traffico di un sito centrato sulla bellezza femminile chiamato Realbeautyis.com tramite una titolazione più congeniale ai motori di ricerca; scrivere articoli per un blog sulla vita notturna newyorkese come Joonbug.com o promuovere compagnie telefoniche su Twitter per conto di start-up come Socialcord.com.
Gli studenti, sia pure con master e perfino dottorati, si accontentano di uno stage non pagato perché è sempre meglio di essere disoccupati, e in America il tirocinio è ormai il passaggio obbligato per qualsiasi tipo di professione. E poco importa se lo stage non rispetta le norme indicate dal Ministero del Lavoro nel documento Fair Labor Standard Act, secondo cui lo stagista non deve sostituire un lavoratore stipendiato, e soprattutto non deve svolge un compito che produce un “vantaggio immediato” alla compagnia, ovvero aiutare l’impresa a fare profitto.
“Generalmente non è legale chiedere a uno stagista di sbrigare lavori altrimenti assegnati a impiegati assunti,” spiega Jay Zweig, un avvocato dello studio Bryan Cave di Phoenix in Arizona con esperienza ventennale in diritto del lavoro. Benché Zweig precisi esistano alcune eccezioni per studenti impegnati in tirocini che valgono crediti universitari.
Il Ministero del Lavoro dello Stato di New York sta adottando misure per sanzionare aziende che offrono stage illegali, ma si urta con una diffusa reticenza degli stagisti nel riportare casi di abuso: sono preoccupati di cucirsi addosso una fama da piantagrane.
“Masterizzare DVD non è elettrizzante,” spiega Nicole McDonald, 27 anni, una delle stagiste del documentarista Krabbe che sta lavorando gratis per acquisire esperienza nel campo in cui intende specializzarsi. “Eppure Krabbe ci permette di contribuire con le nostre idee alla realizzazione di un documentario, il che è affascinante e fa curriculum”.
Per McDonald, in un mercato occupazionale così asfittico perfino lavorare gratis diventa un’impresa. La competizione è feroce. Negli ultimi due, tre anni a combattere la battaglia degli stage non sono solamente gli studenti, ma anche professionisti disoccupati e sottoccupati con la voglia di cambiare impiego o aggiornarsi.
“Senza uno stage oggi non fai nulla,” fa spallucce Lois DeSocio, 55 anni, una vita da freelance per Newsweek e riviste di moda come Zink e adesso curatrice di un blog del New York Times dopo il tirocinio in redazione. “Mi sono iscritta a una scuola di giornalismo proprio per ottenere un buon stage”.
E in questa lotta per accaparrarsi i tirocini migliori c’e’ anche chi gioca sporco, e si rivolge ad agenzie come la texana Fast-Track Internships: alla modica cifra di $799 aiuta un potenziale stagista a lavorare gratis a tempo pieno.
