Corporate Lay-Off Creates a Boot-Strap Entrepreneur
THE HUFFINGTON POST, published 3 November, 2010
Dana Ostomel was a casualty of the first round of layoffs at Cadbury Schweppes Americas Beverages in November 2007. She took a few months off, got married as planned, and thought about starting a business. Then, in February 2008 she took the plunge.
In her bright Midtown Manhattan apartment, Ostomel started Deposit a Gift, an online cash gift registry service that lets friends and family contribute cash toward honeymoons, home down payments, cribs, college funds, and anything in between.
“The idea had been percolating for a while,” said 33-year-old Ostomel, who has a background in advertising. “But my own experience getting married informed my decision.”
As with most start-ups, the beginning was exciting but rough. For the first time Ostomel didn’t have anyone giving her feedback or complimenting her when she did something good. She also no longer had a title, something with which she identified
herself for so long. Sometimes, while sitting at her living room desk, building her own website from scratch with no previous programming knowledge, she wondered whether she would actually pull it off.
“One of my biggest concerns was, ‘Am I going to finish? Is this a reality? Can I actually take this idea in my mind and make it into a website that actually works?’” she wondered. “You have to get up in the morning and make your own to-do list, and you have to make yourself do those things thinking that it’s actually going to result in something.”
Besides these general worries, she had to learn how to do her finances and legal work and to decide when to hire people to take on specific tasks and when to do things herself.
“Every single day you’re making a decision that feels crucial to you but in the scheme of the world is just not really that important, because you don’t really exist [as a company yet],” she said.
But less than a year after the official launch, Ostomel is pleased about how the business is doing, although it is not making money yet. The self-funded site has had close to 1,500 users; it grows by 15% every month; gifts are being given every day. It’s becoming a well-oiled machine, Ostomel said.
Ostomel hopes that the site will become profitable at some point next year. The site charges a 7.5% service fee on gifts, which includes the credit card fee. For now she is fortunate enough to have a husband who is very supportive of the business, both financially and emotionally. The entrepreneur appreciates that, after her husband has had a long day of work, he is still willing to take the time to hash out an idea with her and give her constructive feedback.
“It’s extremely hard to live with an entrepreneur,” Ostomel said with a laugh. “You are doing a business but you feel like your life is on the line, and it makes you a little crazy, sometimes.”
Despite all the frustrating trouble-shooting that an online start-up entails, Ostomel would never go back to a corporate job. She is quite happy that she turned a lay-off into a great opportunity for herself and her family.
Dot.com alla newyorkese
IL SOLE-24ORE, pubblicato il 19 maggio 2010
Dennis Crowley, amministratore delegato del social network più corteggiato del momento, ricorda perfettamente quando ha avuto l’idea da 125 milioni di dollari. Dopo il jogging lungo il fiume Hudson con un dispositivo che registra tragitto e velocità della corsa, ha scaricato i dati sul computer e confrontato la performance con quella dei suoi amici. «In quel momento ho pensato che se c’è competizione anche il jogging diventa più divertente» spiega Crowley. «E ho cercato di trasformare la realtà in un grande videogioco alla Super Mario Bros».
Quattordici mesi dopo, il suo Foursquare, un sito internet e applicazione iPhone a metà tra gioco a premi virtuale, guida cittadina e navigatore per trovare amici, è stato valutato da Yahoo! ben 125 milioni di dollari.
Operativa in oltre cento città al mondo, Foursquare è la stella della Silicon Alley, la galassia delle start-up newyorkesi. I capitali, copiosi nella Silicon Valley e a Boston, sede del Massachusetts Institute of Technology, negli ultimi mesi stanno arrivando sempre più a New York, attratti da giovani businessman di talento che non possono più aspirare a lavori super pagati in banche come Morgan Stanley; manager di Wall Street licenziati a caccia di nuove sfide; e grazie a una città dal carattere innovativo, capace di offrire una serie di agevolazioni alle start-up: uffici a prezzi contenuti, aiuti per acquistare computer e un fondo da nove milioni di dollari.
Il venture capital per le start-up di New York è schizzato a 566 milioni di dollari nel primo trimestre 2010, un incremento del 18,9% rispetto al quarto trimestre del 2009, e 75 imprese hanno ricevuto capitale nel primo trimestre di quest’anno, un 11,9% in più dell’ultimo trimestre 2009, secondo gli ultimi dati di PricewaterhouseCoopers e della National Venture Capital Association. «Benché la Silicon Alley di New York non stia soppiantando la Silicon Valley» spiega AnnaLee Saxenian, ordinaria di imprenditoria tecnologica ed economia regionale all’Università di Barkeley in California, «certamente New York in questo periodo sta brillando, e ha grandi potenzialità».
Crowley, newyorkese, 33 anni e modi da guascone, è il volto della nuova, scintillante Silicon Alley. Ex istruttore di snowboard appassionato di hip hop, dopo il master in Interactive telecommunications alla New York University, ha fondato nel 2004 il servizio Dodgeball, per segnalare agli amici dove ci si trova in città in un dato momento inviando un Sms. Un anno più tardi, Crowley ha venduto Dodgeball a Google, che però ha lasciato sfumare il progetto ritenendolo in fin dei conti troppo macchinoso per poter decollare. Crowley, però, nel marzo 2009 insieme al compagno di master Naveen Selvadurai ha riproposto la formula di Dodgeball in salsa iPhone, incorporando un nuovo ingrediente rivelatosi il tocco vincente: il meccanismo del gioco a premi. Gli iscritti a Foursquare contendono medaglie virtuali ad amici e sconosciuti. C’è un trofeo per chi va in palestra dieci volte alla settimana, un altro per chi mangia fuori in almeno 30 pizzerie diverse in un mese, un altro ancora per chi riesce a trascinare in discoteca 50 persone. E poi c’è’ il bottino più ambito: il più assiduo frequentatore di un locale viene incoronato sindaco virtuale.
«Questo gioco crea assuefazione» sospira Mike Caprio, un consulente informatico di Brooklyn che tra le varie medaglie può vantare pure quella di sindaco della rinomata pasticceria The Blue Stove nel quartiere Williamsburg. «A volte entro a comprare una fetta di torta di rabarbaro solo per raccogliere punti e difendere la leadership».
Musica per le orecchie degli investitori, pezzi grossi come Albert Wenger, partner di Union Square Ventures, Ron Conway, sostenitore della prima ora di Google, Kevin Rose, fondatore del sito di social news Digg, e Jack Dorsey, cofondatore di Twitter. Tutti stravedono per queste medaglie perché non solo influenzano, ma cambiano il comportamento dei consumatori.
«Gli iscritti adorano vantarsi di essere stati in un locale più di ogni altro» racconta il ventottenne cofondatore di Foursquare, Selvadurai. «È il gusto di poter dire che lì sei di casa, sei qualcuno, mentre altri sono semplici clienti». Gli investitori ora attendono da Crowley e Selvadurai buone notizie sul fronte del modello di business. E pare ci siano. Crowley si sta orientando a far pagare i commercianti per collocare pubblicità con offerte promozionali per gli iscritti a Foursquare.
«È troppo presto per sapere se il sistema funzionerà» dice Crowley, che tra l’altro potrebbe presto dover affrontare la concorrenza di un prodotto simile al suo targato Twitter. «Credo però che i modi per fare profitto cambieranno prima che riusciamo a metterli a punto». Intanto, però, alcuni business stanno aderendo con passione a Foursquare. Una compagnia di taxi di New York ha offerto corse gratuite al sindaco virtuale dell’aeroporto John F. Kennedy di New York. Perfino un cimitero del Maine ha voluto essere della partita: mette in palio una visita guidata del Camposanto ai foursquaristi che dimostrino di esserci stati almeno cento volte.
Silicon Alley
Coniato alla fine degli anni ‘90, il termine (letteralmente Vicolo del silicio) indicava un gruppo di aziende informatiche con sede vicino a Union Square, TriBeCa e SoHo, in un corridoio che costeggia da nord a sud la Broadway, nella sezione meridionale dell’isola di Manhattan. Ma con il tempo gli uffici di queste imprese si sono sparpagliati in diverse zone, e il termine ha cominciato a connotare le aziende dot.com di New York in generale.
Boom di iniziative
Dal 2003 la Silicon Alley annovera sempre più start-up e contende a Boston e San Francisco la palma di centro tecnologico principe degli Stati Uniti. Dal 2007 la seconda sede per dimensioni di Google è a New York, e oggi conta 700 impiegati. Yahoo! non si è fatta attendere e ha aperto un ufficio con vista su Bryant Park. Dal 2009, poi, la Silicon Alley è diventata leader nel campo della pubblicità e dei new media. Senza contare la sfilza di start-up Web 2.0 che hanno messo su bottega.
