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Obama agli Usa: “Limiteremo il possesso di armi”

LINKIESTA, published February 13, 2013 

Con il discorso sullo Stato dell’Unione di ieri notte, Barack Obama ha smesso i panni del presidente moderato e bipartisan per vestire quelli del democratico che torna alle origini e va per la sua strada, deciso nei primi mesi del suo secondo mandato a realizzare alcune di quelle riforme progressiste che la base del suo elettorato attende da quattro anni. A partire dalla volontà di alzare il salario minimo.

Rinfrancato da un’economia in ripresa, Obama ha delineato una strategia di riduzione del debito che non solo taglia la spesa pubblica ma al contempo aumenta le entrate tassando i più ricchi. Questo per consentire gli investimenti del governo a favore della classe media, per esempio nel campo dell’istruzione: scuola materna di qualità per tutti i bambini americani e istituti superiori più competitivi, tecnologici e collegati al mondo del lavoro. Ma pure investimenti in campo energetico, sul terreno delle infrastrutture e per cogliere l’opportunità di una nuova rivoluzione manifatturiera.

Il presidente ha anche parlato di altri punti della sua agenda, come una nuova legge sull’immigrazione e soprattutto norme per limitare il possesso di armi d’assalto, in quello che è stato il momento emotivamente più forte del suo discorso di fronte al Congresso e a tutta la nazione.

“Le famiglie di Newtown meritano un voto, le famiglie di Aurora meritano un voto, le famiglie di Oak Creek, e Tucson, e Blacksburg, e le innumerevoli altre comunità che sono state dilaniate dalla violenza provocata da armi da fuoco meritano un semplice voto,” ha detto Obama ricordando tutta una serie di familiari di vittime di recenti stragi.

Obama ha sottolineato (senza entrare nello specifico) la necessità urgente di approvare misure più restrittive sul possesso di armi. Certo, l’impresa è stata tentata in passato, con scarsi risultati. La lobby delle armi, la Nra, è fortissima: raccoglie consensi non solo tra i repubblicani ma anche tra molti democratici. Il fatto però che Obama abbia confermato il suo forte impegno per una maggiore “gun safety” davanti ai familiari delle vittime di questa tragedia sconcertante mette all’angolo i repubblicani (e i democratici pro-armi). Nessuno ama essere additato all’opinione pubblica come insensibile alle richieste di chi ha vissuto una tragedia come quella di Newtown.

Molti altri i temi trattati dal presidente, tra cui il ritiro imminente di 34mila uomini dall’Afghanistan e quello completo entro il 2014 (sia pure gli Usa manterranno una presenza nel Paese), un rinnovato impegno per combattere attacchi cibernetici e difendere cosi’ obiettivi sensibili americani dalle offensive degli hacker, e persino una nuova spinta verso la lotta al cambiamento climatico. Una battaglia che Obama ha dichiarato di voler affrontare con o senza l’appoggio del Congresso.

Certamente, però, se la riforma sanitaria è stata il perno del primo mandato di Obama, quella dell’immigrazione si prospetta al centro della sua lista di priorità del secondo mandato. Il presidente caldeggia una riforma strutturale, che tratteggi un cammino verso la cittadinanza americana per gran parte degli 11 milioni di immigrati illegali sparsi per i 50 Stati dell’Unione.

Al contrario di quanto sostengono i suoi detrattori, la Casa Bianca ha sottolineato a più riprese che la nuova legislazione in materia di immigrazione non dovrà equivalere a un’amnistia. Per esempio la legge dovrà imporre agli immigrati senza documenti che vogliono mettersi in regola di pagare tasse retroattive (che in precedenza non hanno sborsato). Obama vuole anche imporre alle aziende verifiche obbligatorie su scala nazionale al momento delle assunzioni; prevede misure per consentire a lavoratori stranieri altamente qualificati formatisi in università americane di restare negli Stati Uniti (specialmente ingegneri e gente con dottorati di ricerca in materie scientifiche); vorrebbe istituire permessi temporanei, dei quali potrebbero per esempio beneficiare immigrati dalle disponibilità economiche limitate.

Obama aveva già provato nel suo primo mandato a metter mano al sistema dell’immigrazione. Seguì un approccio bipartisan, ma si scontrò con la granitica opposizione di Stati come l’Arizona, dove il tema è un nervo scoperto. I prossimi mesi, però, potrebbero essere il momento propizio per mettere in pista nuove norme: il presidente gode ancora della forza ottenuta con l’affermazione elettorale.

A mettere in primo piano la riforma dell’immigrazione sono state proprio le elezioni. Il gruppo d’immigrati più cospicuo, e anche con la maggiore percentuale di migranti senza documenti, i latinos, ha votato per il 71% a favore di Obama. Per il partito del presidente quindi, si tratta di non eludere una richiesta giunta a voce alta dai gruppi ispanici durante la campagna elettorale. E i repubblicani, che negli ultimi anni, trascinati dalla costola populista dei Tea Party, hanno preso posizioni sempre più dure verso gli immigrati ispanici, hanno la possibilità di mostrarsi più vicini ai problemi di questo gruppo etnico cruciale per vincere le elezioni negli anni a venire.

Gli obiettivi messi sul tappeto da Obama nel suo discorso sullo stato dell’Unione sono ambiziosi, e il tempo di cui dispone per portare a casa qualche risultato è breve: su per giù 18 mesi. Poi si entra nella fase in cui il presidente diviene “un’anatra zoppa” per dirla in politichese americano, perché ci saranno le elezioni di medio termine e di solito il partito che è alla Casa Bianca perde seggi (benchè al momento il programma dei repubblicani non appaia particolarmente attraente).

Di cruciale importanza per Obama al fine di centrare questi obiettivi sarà “Organizing for Action”. Questa associazione nasce dall’esperienza della macchina elettorale di Obama nel 2012 (Organizing for America) e da quella di quattro anni prima (Obama’s 2008 campaign). E’ un gruppo che vuole mobilitare l’elettorato democratico in appoggio alle proposte di legge di Obama per mettere in campo una sorta di campagna elettorale permanente che tenga il Congresso sotto pressione. Insomma, se il database del partito democratico americano – quei 20 milioni di contatti di cui la macchina elettorale di Obama sa tutto o quasi – è stato l’asso nella manica dell’entourage di Chicago per sbaragliare il partito repubblicano nella scorsa tornata elettorale, lo stesso capitale di informazioni e dati farà la differenza per esercitare sul Congresso la pressione necessaria affinché esca dal pantano degli interessi di contrada e approvi almeno alcune delle misure proposte da Obama.

La chiave del cambiamento, o del non cambiamento, portato da Obama in versione secondo mandato sarà quindi molto probabilmente legata ai dati raccolti nei mesi scorsi sull’elettorato democratico, e sul come verranno usati anche in questa fase post-elettorale da Organizing for Action. Un approccio che potrebbe essere adottato, e forse perfino funzionare, anche ad altre latitudini (per esempio in Italia) se chi ha raccolto dati con le primarie li trattasse alla maniera del team guidato da Jim Messina.

Al discorso del presidente, ieri sera, è subito seguita la replica repubblicana, affidata quest’anno all’astro nascente del partito, il senatore della Florida, Marco Rubio, il cubano-americano spesso soprannominato l’Obama ispanico. Che con tutta probabilità sarà candidato alla corsa elettorale nel 2016.

Rubio, che non ha sfoderato una performance all’altezza delle aspettative (a un certo punto ha goffamente afferrato una bottiglietta d’acqua dimenticandosi di essere davanti alle telecamere) ha attaccato Obama per buona parte del suo intervento. In particolare gli ha rimproverato di non aver capito il ruolo (limitato) del governo federale, e di voler rimpoporre politiche stataliste fallite in passato in altri Paesi, proprio quelli dai quali sono fuggiti dalla disperazione immigrati come i suoi genitori.

Nonostante la prova sottotono Rubio potrebbe essere l’uomo chiave per consentire a Obama di raggiungere qualche risultato sul versante immigrazione. Noto per la sua intelligenza politica, Rubio da tempo cerca di portare il suo partito sulla via della saggezza su questa materia. Il senatore della Florida è autore di una bozza di legge che garantirebbe la legalità a giovani immigrati senza documenti, spesso definiti “dreamers”, “sognatori”. Sono arrivati negli Stati Uniti da bambini, sono clandestini, e al momento si vedono negato il “sogno americano”.

Rubio ha dichiarato in passato di essere disposto a trovare un accordo con Obama, mantenendo però fermo un punto: le nuove norme non devono penalizzare quegli immigrati che finora sono stati ligi alle regole. Il piano di Rubio prevede di concedere ai migranti sans papier un permesso temporaneo per restare nel Paese e poter lavorare. Se poi desiderano anche diventare residenti permanenti possono inserirsi in coda alla lista d’attesa. Questo percorso non condurrebbe necessariamente alla cittadinanza per tutti gli stimati 11 milioni di immigrati irregolari degli Stati Uniti. E siccome la proposta di Rubio pone meno enfasi sulla questione della cittadinanza, per il Congresso potrebbe risultare più accettabile.