Multimedia reporter

Più mani e meno mouse

IL Magazine, published November 16, 2012

Per 18 anni Mark Dwight ha lavorato nella Silicon Valley, in diverse aziende ad alta tecnologia tra cui Cisco Systems. Poi si è trasferito a San Francisco, scegliendo di dedicarsi a un business più affine ai suoi interessi: produrre borse da bicicletta personalizzate. Comprato un capannone nel quartiere industriale Dogpatch, Dwight ha fondato la Rickshaw Bagworks. Oggi chi lo va a trovare nel suo laboratorio spesso lo trova alla macchina da cucire.

«Il carattere artigiano di questa città mi ha sedotto, volevo esserne parte e rinforzarlo», racconta a IL. «Amo toccare le borse che creo, sentire sotto i polpastrelli i materiali. La tela ricavata da bottiglie di plastica, il tweed, il velluto a fiorami».

Di solito si pensa a San Francisco per i suoi marchi globali – Apple, Twitter, Facebook – e per le tante agenzie pubblicitarie supercreative come Ideo e Gensler. Ma gli ultimi sviluppi della città non potrebbero essere più distanti dal digitale. San Francisco è divenuta anche la capitale di un nuovo artigianato guidato da gente che ha attraversato – e che in molti casi ha contribuito a gonfiare – la bolla della New economy. Persone alle quali interessa produrre oggetti tangibili e non legati al mondo dell’online, creare a livello locale e non globale. Privilegiano la lentezza piuttosto che la velocità, la qualità della vita rispetto alle stressanti carriere in azienda. E se è vero che la California spesso anticipa le tendenze – si pensi per esempio a hippy, computer e social network – questo trend va tenuto d’occhio.

Il movimento è cresciuto negli anni, per poi accelerare negli ultimi mesi grazie a SFmade.org, un’associazione senza scopo di lucro guidata dallo stesso Dwight e da Kate Sofis, ex dipendente Apple. I due hanno messo in rete un eterogeneo battaglione di 150 piccole imprese artigiane che va da DodoCase, azienda produttrice di ricercate custodie in legno per iPad, fino a Ritual Roasters, un laboratorio di torrefazione, passando per ditte che costruiscono biciclette su misura, casette prefabbricate e stampe vintage per copertine di dischi.

Questo non è solo un network di persone che hanno interessi affini. Attorno ad alcuni quartieri come il Dogpatch è nata una vera e propria comunità di designer, imprenditori e artigiani che si frequentano, collaborano, si scambiano idee e sono fieri di rivestire un ruolo sempre più centrale nel tessuto economico della metropoli.

«Far partire un’impresa artigiana in una città cara come questa può sembrare una follia», ci dice Dwight. «Eppure, aggiungere questo ingrediente geografico al nostro brand ci rende più cool. In fondo è proprio qui che Levi’s ha cominciato a tessere jeans negli anni Venti del secolo scorso. Vogliamo che San Francisco stia alla manifattura come la regione del Chianti sta al vino».

Per molti ex impiegati high-tech che vogliono convertirsi all’artigianato la prima tappa è TechShop. Aperta 24 ore su 24, questa luminosa officina su due piani costellata di macchine utensili funziona come una palestra. Dopo aver pagato la quota d’iscrizione si possono frequentare corsi per usare i macchinari utili a costruire biciclette, mobili, materassi. Nel giorno in cui IL ha visitato il centro, un venerdì, il lavoro ferveva: la trentenne Maria Ramirez e l’amica Najeli Castillo erano alla macchina da cucire. Bob Recinelli, cinquantenne chiacchierone e pronto a una nuova avventura professionale, si impratichiva con il tornio. Suo fratello Nicholas, avvolto dalle scintille, era alle prese con la saldatura a gas. «Qui abbiamo aspiranti designer, fabbri, inventori», ci ha raccontato il titolare James Irminger. «Mi sono sempre chiesto se non guadagnassero di più nell’high-tech, ma evidentemente una vita da artigiano offre più soddisfazioni». Uno di questi businessmen divenuti artigiani è Derek Chen. Dopo una laurea in ingegneria alla University of Illinois negli anni d’oro delle dot-com è diventato consulente di management Sgonfiatasi la bolla, si è reinventato falegname fondando Council Design: «Da bambino passavo ore e ore tra i trucioli, avevo la fissa dei mobili», spiega Chen aggirandosi tra pannelli in tamburato grezzo. «Quando mi sono ritrovato senza lavoro ho finalmente ripreso la pialla in mano».